Socializzazione e creatività per il benessere

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Come già da qualche settimana a questa parte, proseguo la pubblicazione della mia tesi, paragrafo per paragrafo. Il senso di queste micro-frazioni di tesi è aprirvi ad un mondo che è realmente esistito e che ho vissuto, per 13 anni della mia vita, un’esperienza privilegiata che ho condiviso con altre persone. In tutte ha lasciato un segno positivo e valoriale profondo.  Per dar modo anche ad altri, di conoscere questa esperienza e poterla riportare in vita, che ho scritto la mia tesi.

Immaginate uno spazio alto 8 metri, di 380 mq di superficie, colmo di arte, oggetti di viaggi, costumi, maschere, un teatro, odore di creta, pittura ad olio, colori, tele, e libri, libri per metri e metri di librerie, incensi, musica diffusa in tutti gli ambienti, questo solo per darvi un’idea del luogo dove tutto questo prendeva forma.

Socializzazione e creatività per il benessere

La disposizione d’animo di chi realizza qualcosa di creativo insieme agli altri è fondamentale.

Asserisce Eric Fromm (Anderson, 1972, p. 67) che:” la creatività è la capacità di “vedere” (tra virgolette nel testo)  essere consapevoli (…) e di rispondere”. Vedere come capacità di guardare oltre la superficie, l’aspetto esteriore delle persone.

Questo modo di procedere allo Studio era una prassi consolidata.

Una delle norme a doppio uso durante il lavoro, era indossare un grembiule di stoffa bianca e spesso sopra ad esso, per evitare di bagnarsi durante il lavoro con la cartapesta, un grembiule di plastica rossa, che tendeva a cancellare qualsiasi connotazione socio-economica specifica.

Il grembiule uniformava tutti esteriormente per azzerare differenze di “superficie”.

Da lì ci si poteva conoscere a contatto di gomito, durante il lavoro, direttamente sulle questioni riguardanti il lavoro da fare, o parlare di questioni personali in termini informali e diretti.

Fromm evidenza come l’atteggiamento che si tende ad assumere nei confronti dell’altro, sia oggetto che persona, è predeterminato dall’educazione e le istruzioni che ci vengono impartite da piccoli, per cui noi non vediamo realmente il nostro interlocutore o un oggetto per quello che è, ma per il significato che le regole sociali attribuiscono a quel determinato oggetto o alla persona per come ci appare o si presenta a noi.

Per conoscere creativamente l’altro, sostiene Fromm (ivi p. 71) :

(…) bisogna rispondere in senso realistico(…) con tutto il nostro effettivo potere umano(…) solo in questo caso rispondiamo alla persona così com’è(…) nell’integrità della nostra persona(…) Pensiamo col ventre. Vediamo col cuore. Quando rispondiamo ad un oggetto con i poteri reali esistenti in noi(…) l’oggetto cessa di essere un oggetto e diventa tutt’uno con noi. E noi cessiamo di essere spettatori, cessiamo di essere giudici.(…)

Una conoscenza creativa quindi, per essere tale, presuppone un atteggiamento di apertura totale, una rimozione degli schemi dati, in favore di una empatia intima e profonda con l’oggetto della nostra attenzione.

Questo modo di procedere, eliminando schemi formali di approccio interpersonale sono ben descritti nella tesi della Ferrero (1978,  pp. 88-89) :

Quando una persona viene per la prima volta allo “Studio” ( tra virgolette nel testo), è accolta e presentata (…) L’elemento nuovo non assume un ruolo subordinato ma, come tutti gli altri, è partecipe subito di tutte le attività del gruppo stesso.(…) Durante l’esecuzione delle maschere in cartapesta, tra i membri ci sono scambi di vedute e di esperienze, di volta in volta si allarga la conoscenza individuale dei diversi membri; quando uno ha finito il suo lavoro, va ad aiutare chi è rimasto indietro, avviene quindi uno scambio di posto e (…) aumenta la possibilità di comunicazione con gli altri. In questo modo si evidenziano le persone tendenti ad isolarsi e si cerca di coinvolgerle nei discorsi inserendole gradualmente. Così in un’atmosfera di serenità si instaurano rapporti amichevoli, si imparano tecniche nuove, si acquisiscono esperienze (…) mentre le mani sono al lavoro, avviene, senza che apparentemente ci siano stimoli, l’arricchimento della personalità. (…) Attraverso sentimenti di mutua solidarietà e amicizia si crea il  “cosi-detto senso del noi”  [1] ( tra virgolette nel testo) (…) I più anziani del gruppo, (come frequenza) (c.s.) percepiscono la persona che ha delle difficoltà o che si isola e automaticamente muovono la conversazione o l’attività in modo di coinvolgere tutti.

Nella sua relazione  Per una teoria della creatività, Carl R. Rogers

(Anderson, 1972,  p. 95) afferma:

E’ mia ferma convinzione che vi sia un urgente bisogno sociale del comportamento creativo di individui creativi, un bisogno che giustifica la formulazione di una teoria della creatività ricavata dalla nostra esperienza, la quale esponga la natura dell’atto creativo, le condizioni nelle quali avviene e il modo in cui può essere proficuamente incoraggiata. Una teoria così concepita potrebbe servire da stimolo e da guida alle ricerche da condurre in questo campo. (…) In campo educativo tendiamo a produrre conformisti, stereotipi, individui forniti di un’istruzione “finita” ( tra virgolette nel testo), anziché pensatori spontaneamente creativi ed originali. Nelle attività del tempo libero preponderano, in maniera addirittura schiacciante, il divertimento passivo e l’azione di gruppo irreggimentata, mentre le attività creative sono assai meno evidenti.(…)Nella vita individuale e familiare il quadro non cambia. La tendenza al conformismo, alla stereotipia è forte in ogni senso: negli abiti che indossiamo, nei cibi che mangiamo, nei libri che leggiamo e nelle idee che sosteniamo: Si giudica che sia “pericoloso” essere originali o diversi.

Pur non volendo qui affrontare tutte le conseguenze nefaste di una società come quella descritta da Rogers, già nel 1959, non possiamo non notare come ad oggi gli stimoli al conformismo, al divertimento passivo e all’azione di gruppo in senso negativo ( violenza di gruppo, teppismo, bullismo, gang minorili) e il conformismo esplicitato nel consumo irreggimentato, siano stati gravi fenomeni individuati da tempo. La società neocapitalista neoliberista tende a formare individui-consumatori, individui-acquirenti. Illuminante in questo senso il saggio L’audience come periferia, in appendice al testo di Aldo Grasso, (2004 , p. 478-487) in cui Carlo Freccero asserisce che, paradossalmente, uno spettatore televisivo produce più di un operaio alla catena di montaggio in pieno fordismo.

I gruppi di potere della società neocapitalista, non sono interessati alle diversità né all’integrazione delle diversità tramite un incontro pacificante con le altre culture, ma all’appiattimento dei bisogni verso il consumo acritico delle produzioni industriali massificate anche e soprattutto nel settore dell’entertainment[2].

L’obiettivo principale in questa tendenza è il consumo e l’induzione al desiderio. Condividi il Tweet

Il benessere diffuso della società occidentale nasconde sacche di povertà occultate nell’implicito assunto che chi non raggiunge il benessere è perché non lo cerca.

In Italia il consumo di droghe evidenziato dall’Oedt, organizzazione europea che compie studi statistici sul consumo delle droghe nei paesi della Cee, è crescente. La droga, diventa “sballo” programmato, una forma di divertimento, con conseguenti danni, sia sulla salute di chi ne fa uso, danni alle cose, alle persone, furti ecc. Ma gli studi statistici non inducono verso una univoca presa di posizione dei singoli Stati. Ci si pone l’interrogativo se liberalizzare o no, mentre il punto focale è da vedersi in tutt’altra direzione partendo dalla domanda: come mai i giovani cercano di divertirsi socializzando in questo modo, visto che la droga è ora consumata in gruppo durante fasi “ludiche” come la discoteca, la serata con gli amici, ecc?

Non sta a noi fornire risposte,  solo invitare ad una riflessione su come la socializzazione e l’equilibrio di una società debbano partire da risultati felici già compiuti nel passato, che possano fornire punti di riferimento per una soluzione fruttuosa di questo grave problema.

 

[1] citazione dal De Grada Elementi di psicologia di gruppo, pag 7, testo citato dalla Ferrero

[2] Per  maggiori approfondimenti sull’argomento vi rimandiamo alla lettura del testo di Chomsky indicato in bibliografia e al saggio di Freccero in (Grasso, 2004).

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