Gianpistone e lo Studio Arte Equipe 66

Quel che segue è un estratto sintetico della mia tesi di laurea. Pillole di consapevolezza sul’importanza dell’Arte come strumento ermeneutico di crescita. Gianpistone, un artista unico che, al culmine della sua carriera, invece di inseguire le mete del successo facile, del denaro e della fama individuale, fa una scelta radicale a favore dell’Umanità.

filiformi-in-rossoCome nasce l’idea dello Studio:

Gianpistone negli anni Settanta e la scelta della condivisione

L’arte è una forma di comunicazione, che nel corso della storia dell’uomo ha cambiato ruolo, significato, forma, finalità sociali. Gli attuali studi di sociologia dell’arte indagano, l’intersezione, lo spazio vuoto che, da un certo punto in poi, si apre tra ciò che l’artista inscrive nel prodotto e ciò che vi inscrivono il consumatore, il lettore, lo spettatore.”

Per certo Gianpistone non è interessato, almeno dalla fine degli anni Sessanta in poi, a produrre oggetti di consumo passivo, ponendo il suo obiettivo nel coinvolgimento attivo degli spettatori delle sue opere. Entromondo, opera di arte totale, di cui tratteremo brevissimamente genesi e forma nei paragrafi seguenti, attraverso le testimonianze di critici d’arte e di Cesare Zavattini, è il preludio ad un coinvolgimento socioculturale che sboccherà nella nascita dello Studio Arte Equipe 66 come gruppo di lavoro.

Le arti figurative del Novecento, svincolate dalla fotografia e dal cinema dal ruolo di rappresentazione del reale, hanno avuto attraverso una serie di movimenti, la possibilità di comunicare una ribellione verso la società borghese, il suo asservimento al potere costituito  e la negazione della ricerca del consenso.

Negli anni Settanta l’arte è definitivamente libera dalle implicazioni magiche religiose e dell’estetica fondata sul Bello e pone in primo piano la questione della comunicazione.

La società industrializzata ha portato ad un progressivo isolamento dell’artista, che non ha più mecenati/committenti, ma, come componente sociale, cerca di trasformare la natura circostante e se stesso.

Il lavoro nella società industrializzata è alienante, ripetitivo, meccanico, come interviene l’artista su questa realtà, come reagisce, nello specifico Gianpistone, al tipo di società in cui è immerso e da cui non vuol farsi fagocitare, in cui non vuol diventare un artista ma in cui vuole essere artista  e uomo del suo tempo?

La Zampogna, nella sua tesi di laurea  (1973, p. 7- 8)

“il capitalismo e la cultura borghese tradiscono la loro incapacità a risolvere i problemi della società e a porsi come forza progressiva; (…) la classe rivoluzionaria non è riuscita a realizzare un decisivo cambiamento nei rapporti di proprietà e ad esprimere, attraverso una cultura, questa trasformazione. La questione fondamentale è quella di collegare dialetticamente l’arte a questo processo storico. Tale esigenza comporta un discorso sul ruolo sociale dell’artista(…) e su ciò che possiamo definire arte(…)

 

Gianpistone inizialmente apre le porte del suo studio a ricercatori, artisti, insegnanti, docenti, uomini di cultura e amanti dell’arte, per poi maturare la convinzione che la cultura per esistere, deve essere diffusa alla base della società, a tutti coloro che ne avvertono il bisogno, ed essere diffusa nel modo più semplice, coinvolgendo il più ampio spettro sociale possibile, in una progettualità varia.

All’inizio si confronta con gli intellettuali che frequentano il suo studio, questi ultimi si limitano a parlare di arte, di cultura, di scienza, di pedagogia, poi il maestro invita i bambini del quartiere a visitare il suo studio, gli dà colori e fogli per disegnare.

Ma questo non può bastargli. Un artista che si senta investito di un compito così gigantesco come quello di diffondere le Culture, che ha viaggiato da Occidente a Oriente, ma che soprattutto è rimasto affascinato dall’India e dagli studi compiuti sulla psicoanalisi, sente di dover fare di più.

Un primo nucleo di giovani intellettuali, laureati in varie discipline, lo segue

(come studio) nella realizzazione e nella fruizione pubblica della sua opera Entromondo, opera di arte totale, con musiche, dipinti a tre letture ( luce naturale, ultravioletti e buio totale), e le scatole teatro, contenenti marionette bidimensionali in plexiglass animabili da pubblico e tasti per produrre suoni.

L’opera presentata a Spoleto nell’ambito del festival dei Due Mondi, alla Casa del popolo di Settecamini, e in altri particolari ambiti, suscita varie reazioni.

http://www.gianpistone.it/gp_altri.htm

Gianpistone quando dà colori e carta ai bambini riconosce come Arnheim che  (1969, p.49): “ Lungi dall’esprimere un distacco nei riguardi della realtà, il primitivo ed anche, in qualche misura, il bambino, ignorano la fedeltà fotografica a favore della realtà biologicamente importante dell’essenzialità.”

Quindi la volontà di Gianpistone è quella, assai ambiziosa, di avvicinare all’arte chiunque voglia seguirlo nel suo progetto pedagogico. La sua crisi come artista non è dovuta ad insuccesso personale, anzi, egli crea lo Studio, cosi come lo osserviamo, proprio nel momento del compimento della sua opera più ambiziosa, l’Entromondo, in cui gli spettatori agiscono sull’opera, muovendo marionette in plexiglass e producendo suoni tramite la pressione sui bottoni inseriti nelle scatole teatro. Se Roland Barthes ha teorizzato la morte dell’autore e Howard Becker  ha dimostrato che l’opera d’arte è sempre il frutto di un’azione collettiva, Gianpistone attua, con la pratica dello Studio, una delle risposte possibili e socialmente rilevanti a queste due nuove teorie della sociologia e della storia dell’arte. Risposta attiva e vitale di un’artista che si sente chiamato ad occupare un ruolo sociale  e politico nuovo. Esempio unico di connubio tra arte e impegno sociale.

Alla prossima

 

 

 

 

 

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